
Ormai è certo, si emigra al “Lambrate Village” che vuol dire avere come vicini di ufficio alcune testate giornalistiche, studi di architettura, spazi per esposizioni e tante altre belle cose con lo scopo di rivalutare uno dei quartieri periferici partendo dalla cultura. C’è anche la costola laica della ex scuola araba di Via Quaranta.
Per quel che mi riguarda Lambrate rappresenta nell’immaginario della mia infanzia la casa dei miei nonni paterni quindi la famiglia di mio padre con la quale mi sono sempre confrontato e che sento più vicino sarà forse per questo motivo che in maniera casuale mi sia trovato a frequentare questo quartiere.
(…)
Sono lievemente preoccupato perché ora abito altrove e il pensiero di attraversare tutta la città per andare in ufficio non mi rende felice, non mi rallegra l’idea di prendere la metropolitana, soffro di claustrofobia e anche altre fobie, potrei sempre prendere l’auto il che vuol dire partire almeno un ora prima da casa, potrei cambiare casa, ma la sto cercando vicino i Navigli, l’elemento acqua deve esserci nella mia vita, quindi non è una buona idea. Più ci penso e più concordo con me stesso che è arrivato il momento di cambiare città."Il paradiso non è più lontano della camera accanto, se in quella camera un amico attende felicità o rovina. Che forza c'è nell'anima che riesce a sopportare l'accento di un passo che si appressa, una porta che si apre."
Emily Dickinson
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Questo testo lo scrissi qualche tempo fa ad un ragazzo conosciuto in una domenica di maggio a casa di Andrea che vive alle porte di Bologna. Sapevo che A. aveva un interesse nei suoi confronti così rimasi molto sulle mie facendo le solite domande di circostanza senza dimostrarmi particolarmente interessato, in disparte con Andrea cercai di interferire il meno possibile.
Il pranzo fu delizioso, ovviamente cucinò Andrea, al termine ne approfittamo per esporci al sole, abitudine questa che ho da quando vivo a Milano, però fu molto utile per far passare l'effetto del mirto preparato da Sam, che era al lavoro.
Fra tutti gli itinerari proposti e possibili tuttavia, come spesso accade, non si ebbe il tempo di percorrerli così rinviammo a data indefinita la visita a San Luca, percorrendo la nota scalinata che porta al colle.
I portici sono proprio come te l'immagini ed anche Piazza del Nettuno adiacente a Piazza Maggiore, lì Andrea, il bolognese, nel narrare la storia della Piazza ci fa posizionare all'angolo, nella diagonale destra della stessa e toh! che si vede? L'indice della mano sinistra tesa del Nettuno spunta dal basso ventre in maniera simile ad un pene eretto. L'imbarazzo e la timidezza s'impossessano di me in quel momento, gli altri invece sembravano molto divertiti. Ci fermammo un paio di minuti in piazza ad osservare una specie di StraBologna.
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Al rientro passando per l'unico colle cittadino che ora mi sfugge il nome adiacente alla piazza del mercato, proprio obbrobriosa quella piazza nonostante abbia avuto un passato glorioso.
Di quel giorno ricordo il cd dei Baustelle ascoltato a ripetizone per tutto il tragitto in autostrada fino a Reggio Emilia, dove parcheggiai l'auto continuando in compagnia di A. fino a Bologna alla casa di Andrea, Lui invece lo andammo a prendere in Stazione.
...Domenica scorsa nel primo pomeriggio mentre ero collegato al pc mi squilla il telefono, guardo il numero e non rispondo. Sento che si trova qui a Milano e non rispondo, preferisco chiamarlo il giorno dopo dinfatti era qui ed era stato ospite di un suo amico.
A. di tutto questo non sa nulla, so che è gelosissimo e che ci tiene molto a lui anche se entrambi poi vivono la propria vita in separata sede. Ma quando ci penso resto perplesso e comincio a pensare, sbrigliando i sogni soprattutto. Non riesco a pensare non sognando il che evidenzia la mia fragilità.
E' vero, sono ancora fragile in attesa che il principe azzurro ritorni a liberarmi nella torre, la cui fortezza mi tiene imprigionato.
In fondo penso di aver fatto la cosa giusta non rispondendo al telefono, penso sia corretto stare lontano da chi poi non ha la volontà di renderti felice.
E resto qua, solo, in compagnia dei miei pensieri e del ricordo di una domenica la prima e l'ultima...
Borgo Farfalla - Mihai Mircea Butcovan
Eks&Tra Editore - 2006
pp. 98, 9,00 €
Nel romanzo Il cacciatore di aquiloni Khaled Hosseini afferma che “l’ironia è qualcosa a cui molti scrittori aspirano per tutta la vita, senza mai arrivarci”. Mihai Bucovan, di cui si era apprezzata la capacità di intessere di ironia il suo romanzo Allunaggio di un immigrato, rivela in questa silloge una sorta di continuità col testo narrativo.
Il tessuto di fondo della raccolta poetica è infatti l’espressione di una sottile ironia, mediante la scelta oculata delle parole. Lo scarto poetico è dato proprio dalla ricerca della parola che possa generare un sottile e amaro riso.
L’individuazione della trovata, della coloritura, dell’epifania che la realtà può manifestare è data appunto dalla accurata cernita dei termini sarcastici.
“Nella tua foiba/ imprigionate le parole / con le parole/ ne faremo/ memoria”.
E’ questa la reale dichiarazione poetica di Mihai Butcovan. Al centro di tutto c’è la parola con la quale è possibile sciogliere una realtà che la storia tende a imprigionare come nelle foibe.
Mediante la parola è possibile cercare sorgenti, raccontare sentimenti, scoprire contraddizioni, cercare correlativi, individuare parallelismi.
C’è una lezione ungarettiana che agisce sul poeta di origine rumena e proprio nella centralità assegnata alla parola. E’ la poetica del primo Ungaretti, anche sul piano dell’organizzazione dei versi e degli spazi, che viene richiamato e rivissuto in questa raccolta di poesie. Anche in Mihai Butcovan, infatti gli spazi assumono grande significato e cifra poetica. Strofe di vario numero di versi sono separati da spazi, un punto interrogativo diventa un verso, un’intera pagina bianca segue il titolo della poesia Nevicata finale.
Non è poi un caso che la citazione più significativa, oltre al “m’illumino d’immenso” del poeta alesssandrino, riguardi il gioco verbale operato dal poeta medioevale Cecco Angiolieri il quale usa la parola per scherzare con i sentimenti più profondi e popolari; così come Butcovan usa la parola per sferzare il potere dominante.
La lingua è utilizzata come un fioretto che colpisce e ferisce. L’uso della parola non in maniera espressionistica, come avveniva nei versicoli ungarettiani, ma in trovate ironiche, rischierebbe di fermarsi al gioco inventivo se non venisse corroborata da una profonda risonanza della sofferenza umana, che non ha bisogno di macerarsi in inutili piagnistei, ma deve essere affrontata con virile consapevolezza.
Si prenda per esempio la poesia Auschwitz che rimodella la più nota poesia di Ungaretti. Il verso finale del testo del poeta rumeno “Almeno spero”, sta a significare il dramma che la storia continua a generare, perché nonostante Auschwitz, crimini, genocidi, distruzioni di popolazioni civili continuano a verificarsi e l’esperienza dei lager è appena una speranza di lezione storica, e non una vera lezione per l’umanità che ancora non sa sollevarsi dal suo fango e non sa librarsi in volo a riconquistare una vera libertà.
Un buon numero di poesie proposte in questa raccolta ha come tema quello della emigrazione, segno evidente di una traccia profonda lasciata nella sua esperienza di disaccoglienza, espressione più significativa della storia del nostro tempo.
Significativa è pure, al riguardo, la citazione del XXVI canto dell’inferno ove la peregrinazione dell’Ulisse dantesco diventa la peregrinazione forzata del migrante di oggi. E’ un fatto storico epocale che trasforma il migrante in un Ulisse alla ricerca di “virtute e conoscenza”.
Oggi ho rivisto Fè, non la vedevo da alcuni mesi e mi è dispiaciuto molto vederla sconvolta mentre a fatica cercava di mostrarsi semplicemente stanca e un po’ preoccupata per il suo futuro.
Mi è dispiaciuto vedere gli occhi smarriti d’una fanciulla che si crede donna e non riuscire a dirle parole dolci e farla sentire meno sola, meno abbandonata ancora dalla sua famiglia che nonostante tutto le vuole molto bene, ma questo Fè non lo sa e non vuole saperlo, lei vede solo l’incapacità di sua madre nel comprenderla quando correva in bagno per rimettere tutto l’angoscia e le responsabilità di restare soli, quando i genitori si separano.
Domani sera si festeggiano due partenze di due ragazze coinquiline d’un appartamento nel centro di Milano, quel luogo che era il nostro luogo e che poteva diventare il simbolo d’una nuova famiglia allargata che Fè ha voluto interrompere per fuggire non si sa ancora dove.
Fè parte tra 7 giorni in Spagna con la consapevolezza di restare a galla regalando il proprio corpo al presunto fidanzato di turno che onestamente prende quello che vuole senza dirle bugie, ma tanto Fè non ha scrupoli e per lei non è un problema.
Invece Lauretta parte per Buenos Aires tra due settimane circa e di lei non mi preoccupo, è una ragazza in gamba che ha viaggiato molto nonostante la sua giovane età, che parla correttamente 6 lingue (meno l’italiano, chissà perché) e che emigra per motivi di studio.
A breve una parte di me soffrirà molto la solitudine, quando passando per le vie del centro non potrà rivivere quei colori che riscaldano il cuore e che ti accompagnano prima di addormentarti e che ti fanno sorridere quando ci pensi durante la giornata.
Domani ci sarà anche P. che col suo pancione annuncia l’arrivo d’una nuova creatura in questo non-paradiso. Mi domando perché penso che i nuovi arrivati meritano il meglio.
Mi mancano i sabato sera al cinema, mi mancano le cene a casa mia, mi manca qualcuno andato via di casa tre anni fa e che non è più tornato.
E ritorna l’inverno, ritorna la solitudine che non mi ha mai abbandonato. Invece sogno l’amore eterno, pure Lui andato via senza neanche avvisare.
Che cosa è più triste di un treno?
Che parte quando deve,
che non ha che una voce,
che non ha che una strada.
Niente è più triste di un treno.
O forse un cavallo da tiro.
E’ chiuso fra due stanghe,
non può neppure guardarsi a lato.
La sua vita è camminare.
E un uomo? Non è triste un uomo?
Se vive a lungo in solitudine,
Se crede che il tempo è concluso.
Anche un uomo è una cosa triste.
La vista è il senso più protetto. La vista è il senso più protetto contro il sensibile. Non come il fragile orecchio o le narici, o il palato. Il chiasso assorda le orecchie, il puzzo dà il capogiro, la vampa ustiona il palato. Ma l'occhio non si squarcia alla vista del corpo massacrato. Sorvola sull'orrore come una mano che accarezza un gatto distrattamente.
Meir Wieseltier, Lontano dall'alzabandiera
"Sembra banale, ma in città non c'è più spazio per i riti funebri, le bare non possono entrare negli ascensori e i cortei funebri sono resi impossibili dal traffico cittadino. Oggi si vive da soli e si muore da soli"
Michelle Vovelle